Ottone Rosai (Firenze, 1895 - Ivrea, 1957)
Donne al lavoro, (1921)
Firma in basso a destra: O. Rosai. Sul verso, sul telaio; «Donne al lavoro n° 22»; sulla tela «101».
Provenienza: G. Contri, Firenze; scrittore Nicola Lisi (Scarperia 1893-Firenze 1975), Firenze.
Esposizioni; 1922, Ottone Rosai, prefazione di A. Soffici, Casa d’Arte Bragaglia, Roma, dal 16novembre, in cat. n. 24; 1945, Mostra personale di Ottone Rosai, testi di vari, Galleria Il Fiore, Firenze, 18marzo-5 aprile, in cat. n. 4 (1920); XXIV Biennale, Venezia, in cat. p. 114, n. 34;1952, XXVI Biennale, Venezia, Sala X, personale di O. Rosai a cura di A .Parronchi, in cat. p. 87, n. 19; 1953, Omaggio a Rosai, introduzione di C.L. Ragghianti e alcune testimonianze, La Strozzina, Firenze, aprile-maggio, in cat. n. 14 (1920, cm 44x36).
Bibliografia: 1933, G. Cesetti, «Visita a Ottone Rosai», L’Ora, Palermo, 31 ottobre-1° novembre, riprodotto p. 38; 1940, A. Parronchi, «Ottone Rosai», Le Arti, Roma, ottobre-novembre, riprodotto tav. XIV, fig. 5; 1941, A. Gatto, Ottone Rosai, Vallecchi, Firenze, p. 20, riprodotto s.n.; 1947, A. Parronchi, Rosai, Arnaud, Firenze, p. 12, riprodotto tav. VII; 1960, P.C. Santini, Rosai, Vallecchi, Firenze, riprodotto n. 84.
Al principio dei dipinti di Ottone Rosai – almeno della gran parte – ci sono i disegni, gli appunti dal vero o gli sviluppi grafici finiti. L’ossatura, l’impalco delle immagini sono studiati dal vero prima di affrontare il quadro a olio: una operazione quindi assimilata in profondo dall’artista, come il fatto creativo fosse frutto di maturazione ottica più che di improvviso stupore: attenzione, messe a punto strutturali, ricerca di collimanze, in fine, fra emozioni e riflessioni, intima meraviglia che fa scegliere la scena da raffigurare e cura della sintesi armonica che mantiene in tensione gli interessi formali portando l’autore spesso a tornare sul medesimo soggetto. Anche per quest’opera nota – possiamo considerarla un documento storico nel complesso rosaiano – dobbiamo leggere anzitutto il disegno a matita, di buon formato, cm 42x31,5 – vicino alla dimensione della tela, cm 46x38 – firmato e datato in basso a sinistra: O.Rosai 1922; ma come in tanti altri casi la segnatura non è coeva al disegno.
Il foglio, rispetto al quadro, ha molti più dettagli, le fisonomie sono incise, mani e acconciature precisate sul vero, in alto a sinistra è addirittura appuntato un particolare delle mani che cuciono, nette le pieghe degli abiti. Vi è una prospettiva più ravvicinata e maggior somma di realtà piegata a uno “stile”: il Rosai disegnatore usa i suoi strumenti con abilità e intensità che già lo fecero segnalare fra i migliori artisti nostri; se ne accorgono Soffici e de Chirico.
La tramatura corsiva della matita modula le ombre e dà originale plasticità alle figure. Ben studiato quel piano di tavolo vuoto che propone un moderno taglio prospettico. Il progetto è quindi concluso per lo svolgimento della tela.
Merita seguire l’iter di questo dipinto/documento.
Viene una prima volta esposto alla personale di Rosai che si tiene alla fine del 1922 nella Casa d’arte Bragaglia di Roma, catalogo presentato da Ardengo Soffici, nell’elenco delle opere al n. 24, Donne al lavoro, senza indicazione di proprietà, con data 1921. Il titolo in matita nera è scritto sul telaio.
Alessandro Parronchi per l’importante rivista Le Arti, rassegna bimestrale dell’arte antica e moderna a cura della Direzione generale delle Arti – Ministero dell’Educazione Nazionale, Roma, stampata dalla casa editrice Felice Lemonnier, Firenze, pubblica un saggio, «Ottone Rosai» di cospicuo impegno critico (pp. 28-34, con la riproduzione di otto tavole in bianco e nero e una a colori; la rivista e l’estratto erano conservati da Rosai).Alla figura 5, Donne al lavoro, con data 1921, è indicata la proprietà: Gioacchino Contri. Primo collezionista del quadro fu quindi un intimo amico di Ottone, direttore del foglio del fascismo fiorentino, Il Bargello, cui Rosai collaborò fittamente.
Parronchi mette a fuoco con esemplare sensibilità considerazioni fondamentali che riguardano non solo il dipinto qui in esame, ma l’intero scorcio temporale della attività rosaiana: «veri problemi di composizione per Rosai non esistono, ora che degli oggetti della sua arte le apparenze non sono più fortuite, ma durano per tutto il tempo in cui l’emozione le guida. Ricordiamo Mio Padre, Mia Sorella, e la tipica serie didipinti di cui queste Tre donne al lavoro(fig. 5) segnano il perfetto compimento. La rottura dei piani s’è infatti così attenuata nel chiaroscuro che non si avverte se non come leggero e progressivo graduarsi dell’edificio che a prezzo di delicatezza vengono a formare le tre figure. È nei gesti il pudore di un primitivo, di un antico senese che del poco spazio d’un riquadro non si vale per dare impressione di densità e fortuna, ma vi consuma uno schema monumentale con la tenera arsura dei colori e degli ori. Abbiamo una dimostrazione di quanto quest’arte non meriti d’essere intesa come irriflessiva maniera. Qui nulla d’incontrollato: i gesti delle tre donne, con tutto quello che d’inespressivo ci rimane, si ripetono indefinitamente nell’accordo per cui son vive, e i colori modulano tacitamente per loro l’incertezza d’essersi affidate in quelle attitudini al tempo».
Nella monografia Ottone Rosai di Alfonso Gatto, Vallecchi, Firenze, 1941, è riprodotto in una tavola senza numero, Donne al lavoro, con data 1921, e la collocazione nella raccolta Gioacchino Contri, Firenze. Ne fa cenno Gatto a pp. 20, 25: «La resistenza compositiva è intuita dall’artista come un’attutita verità dell’immagine pittorica che non s’impreziosisce evidentemente della sua sostanza. Donna che si pettina, Donne al lavoro ,rispettivamente del ’20 e del ’21, con altri quadri di quegli anni, ripropongono la stessa normale assuefazione di una pittura nuova in una storia quasi inavvertita di risultati. Il fatto ultimo di questa pittura era l’aver proposto degli schemi apparenti che sconcertavano per la luce ineffabile di cui erano semplici e nuovi. La storia era ammessa come mediatrice della natura: e, estrema ironia, la vita lasciava apparire necessari i vincoli della sua convenzione.»
Il dipinto compare nella Mostra personale di Ottone Rosai, la prima nella Firenze appena liberata, alla Galleria Il Fiore, dal 18 marzo al 5 aprile 1945, elencato al n. 4, Donne al lavoro, attribuito al 1920,senza indicazione di proprietà. Potrebbe essere stata questa l’occasione dell’acquisto del quadro da parte dello scrittore Nicola Lisi. Il catalogo insedicesimo su cattiva carta da giornale contiene testimonianze di scrittori e critici, fra cui un testo di Lisi, «La passeggiata dei vecchi», che, riferito certo a un quadro diverso, coglie però i tratti dell’autore: «un umanissimo pittore, umanissimo nelle doti e nei difetti».
Alessandro Parronchi che, come abbiamo visto, stimava quest’opera fra le elette del pittore, nella monografia che gli dedica nel 1947per Arnaud editore, Firenze, la riproduce a colori in piena tavola VII, Donne al lavoro (1921), e qui la proprietà è indicata: Nicola Lisi. Alle pp. 12-13 il critico scrive: «Ancoranel ’21, nelle Tre donne al lavoro(tav. 7), tutto quel che Rosai ha da dire sull’umanità si compone in un gruppo accordato semplicemente, senza attrito e senza nessuna bruschezza […].L’essenza della pittura non è nella materia pittorica, ma nella materia espressiva. Per questo l’impasto ora può rompersi e lasciare tratti di tela scoperta».
Alla XXIV Biennaledi Venezia, 1948, Donne al lavoro è nel catalogo a p. 114, n. 34, con data 1921, e alla XXVI Biennale, 1952, Sala X, nella personale di Ottone Rosai a cura di Alessandro Parronchi, elencata in catalogo a p. 87, n. 19, con data 1921,collezione privata, Firenze.
Ancora l’opera viene esposta nell’Omaggio a Rosai, organizzato da C.L. Ragghianti a La Strozzina, Firenze, aprile-maggio 1953, elencata in catalogo n. 14, con data 1920,collezione Nicola Lisi.
Pier Carlo Santini nella fondamentale monografia sull’artista, Vallecchi, Firenze, 1960, riproduce il quadro a piena pagina, in bianco e nero, al n. 84, scheda a p. 158, con data 1921, in collezione Lisi. Il disegno pertinente a p. 161.
Accolta la data 1921, Donne al lavoro si ordina nel capitolo ritenuto il maggiore del nostro autore. In quell’epoca Rosai si pone fra le espressioni più reputate dell’arte europea con un linguaggio esclusivo e riconoscibile dove il ritmo delle figure consente continuità con l’antico, la pittura senese e fiorentina. Ci fa inoltrare fin nel cuore del secolo XX con i valori di una visione insieme umana e incantata, oggettiva e partecipata che tiene comunque l’uomo a protagonista della narrazione.