Ottone Rosai (Firenze, 1895 - Ivrea, 1957)
Paesaggio, (1920)
Firma in basso a destra: O. Rosai. Autentica di Luigi Cavallo su fotografia.
Provenienza: scrittore Nicola Lisi (Scarperia 1893-Firenze 1975), Firenze.
Un inedito di elevato significato per la storia di Ottone Rosai. Costruita a fibra a fibra, con andamento pittorico corsivo, la tela mantiene in vista le striature delle pennellate, quasi per una sensazione di pioggia o di aria mossa dal vento, obliqua, come avviene in altri preziosi dipinti dell’inizio anni Venti: Casa toscana, 1919 o 1920, già del critico Luigi Carluccio, Torino (in P.C. Santini, Rosai, Vallecchi, Firenze, 1960, n. 8); Casa toscana, 1919 o 1920, Pinacoteca di Brera, Milano, collezione Jesi (ivi, n. 219).
A quest’anno,1920, è riferibile il paesaggio qui in studio. I verdi sono marezzati e dinamici come pure i gialli dorati e gli azzurri che raffrescano cielo estrada, si fondono nelle loro chiome gli alberi e l’atmosfera, il tutto percorso da un brivido panico, un ondeggiante stormire di fronde. È, questo insieme, caratteristica originale del Rosai di un certo periodo, inizio anni Venti, che padroneggia il rigore geometrico del paesaggio toscano con la sorvegliatissima composizione del quadro, in una tessitura fitta di trasparenze, di filamenti luminosi: si è parlato di riferimenti a Seurat e siamo ben lontani dal divisionismo simbolista: è una resa di elette qualità intime all’immagine che rimane intonsa nella sua schietta realtà.
Il disegno pertinente lo ritroviamo pubblicato nel libro di Rosai Vecchio autoritratto, Vallecchi, Firenze, 1951, tavola fra le pagine 204-205, matita e inchiostro su carta, firmato e datato in basso a destra: O. Rosai 1921 (ma la segnatura appare apposta in anni tardi). Il vibrare del segno, da sinistra verso alto di destra, consente di entrare a fondo nel primo accendersi dell’interesse di Rosai per l’inquadratura che innesta la costruzione dell’uomo e le forme di natura in una partecipata solitudine.
La provenienza dell’opera pittorica dallo scrittore Nicola Lisi sollecita una congiunzione, proprio nel libro suo più noto, Diario di un parroco di campagna, Vallecchi, Firenze, 1942, in due pagine, 166-167,dove il prete «chiamato da una donna a benedire la sua camera», si sofferma su «un quadretto di pittura, appeso in alto alla parete, che raffigurava un luogo tutto vegetale. Abbassai il capo e chiusi gli occhi, perché mi si prese lo struggimento a quella vista. Ebbi una illuminazione che stimai non fosse in armonia e neppure in dissonanza con la fede: che quell’assenza della vita umana ed animale richiamasse, chi sa come, nell’aria circostante suoni genuini».
Incontriamo di sfuggita anche nei ricordi di Lisi il giovane Rosai – quello che aveva dipinto o andava dipingendo i paesaggi tramati di filamenti luminosi – alle Giubbe Rosse: «Rosai, che se la passava, in un’alternativa d’invettive e risa, dall’uno all’altro tavolino. Spesso seguìto, allora, da una giovane donna, alta quanto lui e da lui qualificata, pubblicamente, col nome gergale di Pastine» (Parlata dalla finestra di casa, Vallecchi, Firenze, 1973, p. 114).
Lugi Cavallo